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BREVE STORIA DEL CUMULO CONTRIBUTIVO

"I periodi coperti di assicurazione a norma della presente legge SI CUMULANO CON QUELLI DERIVANTI DA QUALSIASI ALTRA ATTIVITA' LAVORATIVA." Così recita l'art. 9 c. 1 della L. 463/1959, istitutiva della GA Artigiani.

Il cumulo contributivo, inteso come sommatoria di due o più spezzoni contributivi,che consente di ottenere un'unica prestazione pensionistica, pur se suddivisa in più quote, a ben vedere, esiste da diversi decenni nel panorama della legislazione domestica; sin da quando, dal secondo dopoguerra, l'Italia, in quanto membro prima della CECA, poi della CEE, oggi UE, ha cominciato a ratificare i regolamenti in materia di sicurezza sociale, a partire dagli accordi provvisori europei firmati a Parigi l'11.12.1953. Questa premessa basterebbe da sola a far capire quanto, col passare del tempo, lo spirito innovatore in tema di sicurezza sociale sia stato male interpretato da una caotica e fuorviante legislazione interna,che sembra aver riportato il nostro paese nell'era antidiluviana.
E' noto a tutti che la legislazione nazionale, oltre che ai principi sanciti dalla Carta Costituzionale, si deve conformare ai dettami della normativa comunitaria, ritenuta a ragione di livello superiore,che, nel prevedere la possibilità di totalizzare, o cumulare che dir si voglia, la contribuzione previdenziale dei lavoratori migranti, ha stabilito un punto di non-ritorno, ma tant'e'. Se il principio assicurativo della totalizzazione contributiva è riconosciuto ai lavoratori italiani all'estero e ai lavoratori stranieri in Italia, per quale recondito motivo lo stesso trattamento non dovrebbe essere riconosciuto a tutti i lavoratori italiani che hanno carriere lavorative discontinue solo entro i confini nazionali?

Un ulteriore esempio eclatante di distonia con tale assunto ci viene offerto dal recente "decretone" su Quota 100 e RdC, nel quale, purtroppo, assistiamo ancora una volta a una vera e propria discriminazione: l'esclusione dal cumulo per quota 100 di chi detiene contribuzione nelle casse professionali.
Si tratta naturalmente di un'esclusione incomprensibile, inaccettabile, anacronistica, che cozza con l'armonizzazione tanto decantata a parole ma di fatto inapplicata.
La ragione di ciò è semplice, checché se ne dica, e risiede nel fatto che i CdA degli enti previdenziali dei professionisti, consci del potere che loro deriva dal manovrare ingenti somme di danaro, per il timore di perdere il controllo di forzieri miliardari, frutto peraltro dei sacrifici degli iscritti, si dimostrano in tutti i modi contrari ad accogliere tali misure di civiltà giuridica, prima ancora che sociale ed economica.

La strada da percorrere a questo punto, a mio parere, è una ed una sola: attivare qualsiasi iniziativa/procedura legale per giungere alla completa cancellazione di tutte le Casse professionali con iscrizione e contribuzione obbligatorie,perché siano inglobate nel calderone INPS onde garantire ai professionisti lo stesso trattamento previsto per tutti gli altri lavoratori; nel caso questo obiettivo appaia nel breve termine una chimera, si dovrebbe consentire almeno di contribuire in maniera facoltativa, non più obbligatoria (una sorta di secondo pilastro complementare al primo), considerato che anche in tale situazione dovrebbe valere il principio della corrispettività sinallagmatica.

Gerardo DI MURI
20 Gennaio 2019

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